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19 marzo 2020

Una domanda cieca: “Chi ha peccato?”

L'inizio del brano ci immette con immediatezza drammatica alle domande di questi giorni: “Chi ha peccato? Di chi è la colpa?”. La domanda i discepoli se la fanno di fronte ad uno sconosciuto fermo al bordo della strada, ma per noi la domanda è più drammatica, perché ce la facciamo a riguardo di persone vicine, di amici, di fratelli colpiti dal male. “Di chi è la colpa?” Chissà perché questa domanda sembra quasi inevitabile. Non è la domanda giusta, di per sé, e infatti Gesù la scarta, invita i discepoli a guardare altrove. Però è una domanda che si impone, sembra quasi inevitabile: “Di chi è la colpa?” Perché questa domanda insorge dentro di noi? Io credo che sia per il fatto che noi non sappiamo sostenere il male, reggere impotenti il dolore, le situazioni di malattia. Tutto questo ci fa così male che non le reggiamo e dobbiamo in qualche modo e scaricarle. Per questo cerchiamo un colpevole; “se c'è un colpevole io non centro, io sono in salvo, non mi tocca!” Ecco che si cerca (e si trova) ogni volta il colpevole di turno: l'untore, piuttosto che il complotto internazionale, la stupidità della popolazione che non si è difesa. Il colpevole mette ciascuno al riparo – o almeno crediamo – senza che ci si debba assumere alcuna responsabilità. E invece non è così, non è così! Noi siamo tutti responsabili per tutto e di tutti! La ricerca del colpevole – “chi ha peccato?” – è una “domanda cieca”, non porta da nessuna parte, ma soprattutto è un modo di non lasciarsi toccare dalle situazioni. Invece l'unico modo di affrontare il male che ci attornia, di attraversare il buio, le situazioni oscure, è di entrare dentro di esse, di lasciarsi toccare da esse, dovessero anche ferirci.

Le opere della luce.
E infatti Gesù risponde alla domanda dei discepoli spostando altrove la ricerca. Dobbiamo cercare non la colpa sua o dei suoi genitori, ma dobbiamo compiere le opere della luce! Anche nei momenti più oscuri c'è ancora un po' di luce, c’è del bene che possiamo fare e che accade sotto i nostri occhi, se lo sappiamo vedere. Dobbiamo restare tenacemente attaccati a tutta la luce che c’è, finché è giorno! Tenere accesa la luce che c’è, orientarci con essa senza lasciarci accecare dall’oscurità. Perché le tenebre sono accecanti e insieme seducenti. Noi subiamo spesso una sorta di fascinazione per l’oscurità, vediamo subito le cose brutte, le cose negative, gli errori, il male, i colpevoli. Lo vediamo subito, e non vediamo il bene. Gesù sposta il nostro sguardo verso le opere della luce, la possibilità di bene che è ancora possibile.

Il tocco della grazia e la promessa che mettono in cammino.

Che cosa fa allora Gesù? La sua opera avviene attraverso un gesto e una parola. Per prima cosa Gesù tocca il cieco. Compie gesti che sono evidentemente simbolici: prende della
Duccio da Boninsegna – 1308
terra, sputa nel fango, lo mette sugli occhi dell’uomo cieco. Sono gesti che richiamano la creazione dell’uomo, che indicano un contatto e una comunicazione dello spirito che fa vivere. Come è nella creazione di Dio che alita il suo respiro sull’uomo fatto di terra perché prenda vita. Noi oggi siamo terrorizzati, abbiamo paura che il fiato, il respiro di qualcuno, ci infetti e ci porti la morte. Ma è ancor più vero il contrario: noi riceviamo la vita se qualcuno ci respira addosso, ci alita, ci ossigena con il suo spirito. Non possiamo vivere sempre con le mascherine, cercando di immunizzarci da ogni contatto. Noi abbiamo bisogno che qualcuno ci tocchi, che ci raggiunga con il suo alito perché quel soffio è vita, non porta la morte, porta la forza della vita: ogni volta che qualcuno che ci vuole bene ci tocca, ci bacia, ci accarezza, noi viviamo. Senza siamo morti. È un atto creativo, perché l'amore è capace di ricreare, ha una potenza creatrice straordinaria.

La seconda azione che Gesù compie è il dono di una parola che è una promessa e un ordine: “va' a lavarti”. Inizia qui il cammino di una creatura nuova, di un uomo nuovo. Il cieco inizia una vita nuova perché impara a camminare fidandosi della parola, della promessa di Gesù. Questo dice molto dell’esperienza della fede. Credere è essere toccati da una grazia, ricevere un tocco di grazia, e mettersi in cammino. Basta poco, un tocco appena di grazia che ti fa vivere. Nel momento in cui la ricevi non vedi il Signore, non lo sai neppure di essere stato ricreato, ma lo senti, lo intuisci perché di nuovo impari a fidarti. La promessa indica una rigenerazione, un futuro possibile: “va’, cammina, lavati e purificati, rinasci e alzati, e vedrai in modo nuovo”. Così è nell’esperienza della fede di tutti: quando il Signore c’è e ci tocca, passa a fianco della nostra vita, noi non lo vediamo. Percepiamo in maniera intuitiva una presenza di vita, ma non lo vediamo; solo dopo aver imparato a camminare e sorretti dalla sua promessa, giungiamo a riconoscerlo. Ma prima c’è un lungo e arduo percorso durante il quale, fidandosi di questa parola, impariamo a reggere il tempo della sua assenza. Perché in tutto il brano Gesù è un grande assente: si presenta all’inizio e alla fine, ma nel corso drammatico di tutta la parte centrale del cammino, quando il cieco deve reggere la prova, quest'uomo è da solo, e Gesù è assente. Eppure, quell’assenza non è priva di forza, è un'assenza che ha lasciato una traccia, la sua parola, l'esperienza di quell’incontro che lui non può dimenticare e che lo tiene vivo; fa si che possa reggere anche le provocazioni, le interrogazioni di tutti quelli che lo mettono in dubbio; lui non lo ha visto, eppure qualcosa è accaduto di straordinario! Credere significa anche questo: imparare a camminare reggendo il tempo dell’assenza di Gesù, fidandosi solo della parola ascoltata.

Io parlo con te
Merita una parola anche il finale e ci può essere utile per comprendere il tempo che stiamo vivendo. Sono giorni nei quali dobbiamo imparare a camminare al buio: a camminare senza vedere con chiarezza, con immediatezza, dove si va, il senso di quello che ci sta accadendo, che cosa bisogna fare; non lo sappiamo, brancoliamo, camminiamo al buio, ma proprio perché non vediamo tutto chiaro, possiamo ascoltare. Sostenuti e sorretti da una parola arriveremo all'incontro col Signore solo perché prima lo abbiamo saputo ascoltare, mentre camminavamo al buio. Infatti, quando il cieco giunge al termine del suo cammino, il Signore gli va incontro e gli dice: “Credi tu nel Figlio dell’uomo?” Il cieco risponde: “E chi è Signore perché io creda in lui?”. “Sono io che parlo con te”. Se impariamo a fidarci, a “rimanere nella parola” (come ha detto Gesù domenica scorsa), se camminiamo anche al buio guidati dalla parola, se pazientemente abbiamo imparato a sostare a lungo nella parola, ruminandola – come dicono i monaci –, interiorizzandola, ecco allora poi arriveremo a scoprire il suo volto. “Perché io parlo con te, parlo sempre con te; la mia parola ti è vicina; potranno esserci momenti oscuri, ci saranno certamente giorni nei quali dovrai camminare al buio, ma io non smetterò di parlare con te: io sono colui che parla con te”. Parlaci signore! Rendici capaci di ascolto fiducioso della tua parola; questi giorni nei quali ci manca tanto l’eucaristia, cioè la presenza del Signore, noi camminiamo al buio sorretti dalla tua parola, e tu, Signore, non smettere mai di rivolgerla a noi.

don Antonio Torresin

31 dicembre 2019

Concludendo i giorni del Natale…

Vi invito a leggere la riflessione di don Antonio Torresin - che ha celebrato la sua prima Messa nel 1985 a MMC - ora parroco di s. Vito al Giambellino. Ringrazio sr Stefania, che ora risiede presso la comunità di quella parrocchia, che mi ha fatto avere questo scritto.


DAVVERO “non c’è posto”?

Vorrei prendere le difese di una categoria che nei racconti della Nascita qualche volta mi sembra bistrattata. Si tratta degli albergatori, che fanno il loro onesto mestiere; ce ne saranno di buoni e disonesti, come in tutte le categorie, e non trovo giusto che ne escano sempre come quelli che hanno rifiutato il Bambino. Non erano certo alberghi a cinque stelle - forse in quelli “un posto” in qualche modo si sarebbe trovato - perché sicuramente il povero Giuseppe non poteva permettersi ripari di lusso. Forse erano semplici locande che davano in condivisione qualche spazio contiguo alla casa, o forse parte della stessa abitazione.
Come oggi i B&B, mi verrebbe da dire. E come oggi, a Milano, prova tu a trovare alloggio se capiti durante la fiera dell’artigianato o alla settimana della moda! Gli albergatori fanno semplicemente il loro mestiere e se non c’è posto, non c’è posto. Sarebbero da stimare invece: in fondo aprono la casa a persone che non conoscono, trattano con rispetto – “il cliente ha sempre ragione” – chi chiede alloggio, senza sindacare sui motivi, vivono come professione il carisma dell’ospitalità che nella Scrittura è tanto lodato. Ma ovviamente lo fanno con il senso del limite: le loro stamberghe sono quelle che sono e non c’è posto per tutti!
Certo, uno potrebbe dare il proprio giaciglio all’ospite dell’ultima ora, ma con questa logica fuori dalla porta ci rimani tu, e comunque poi ne arriveranno sempre altri a chiedere alloggio e a qualcuno si deve dire di no: se non c’è posto, non ce n’è! Ne prendo la difesa perché sento che quello che vivono gli albergatori è molto vicino ad un sentimento contrastante che sento molto vivo in me, e che forse ci riguarda tutti.
Vivo questo paradosso: da una parte mi sembra che nella mia vita manchi sempre qualcosa, ci sia un “posto vuoto”, una assenza che attende di essere colmata; un posto vuoto, un tassello mancante che mi ricorda l’incompiutezza della mia fragile vita, l’attesa di un compimento. Un posto vuoto che io non riesco e non posso colmare, ma solo custodire come fonte di desiderio, come attesa di qualcosa e qualcuno che porti a compimento la mia vita. Dall’altra vivo costantemente con l’impressione di essere in “overbooking”, troppo pieno, troppo preso, ingolfato di cose, attività, responsabilità. Magari è anche questa l’impressione che la gente ha di me, come di tanti preti ma anche di tanti uomini e donne: persone fin troppo indaffarate e per questo che sembrano sfuggenti e irraggiungibili. E mi dispiace.
Di fatto, però, quando arriva una nuova richiesta, quando qualcuno bussa alla porta, quando succedono cose impreviste, che magari potrebbero anche essere una bella opportunità, istintivamente resisto: non c’è posto, non ci sta più niente nella settimana, nella giornata, nella vita. “Non c’è posto” significa che non ho forze, non ce la faccio a tenere tutto insieme, non so a cosa rinunciare, cosa tralasciare.
Viviamo tutti una vita accelerata, ingolfata, troppo piena, che ci sembra di non avere più spazio per altro. Chi ne fa le spese, poi, sono le richieste più indifese, quelle di chi non alza la voce, degli appelli gentili ma meno forti di altri. Penso che sia quello che accade nella vita di tanti e di tutti: il lavoro ti occupa tutto lo spazio che riesce a rubare, poi ci sono la famiglia, i figli, la casa con le quotidiane urgenze… rimane che “non c’è posto” per altro. “Non c’è posto” per la preghiera, “non c’è posto” per un ascolto più attento delle persone care, “non c’è posto” per un amico che da tempo trascuro, “non c’è posto” per mettermi a servizio di chi ha bisogno…
Una giovane donna mi raccontava qualche giorno fa: “ho anche cambiato lavoro per avere più tempo, più spazio da regalare a mio marito, per poter finalmente pensare a un figlio… ma non ce la faccio, non c’è posto!” Viviamo una vita troppo complicata, condizionati da una città che è diventata inospitale: non c’è posto per lo straniero, non c’è posto per Dio, non c’è posto per la cura dell’interiorità, per la cura delle relazioni.
Ma la buona notizia è che il Signore viene anche se a noi sembra di non avere posto per lui! Viene in un cantuccio dimenticato della nostra vita, viene quando più non l’aspetto. E quando arriva, il posto lo trova lui, lo crea letteralmente, lo rende reale e sufficiente. Anche perché il Signore - come tutte le cose preziose e vere della vita - non ha bisogno di chissà quale spazio: gli basta un angolo, vive bene ai margini e da lì è capace di irradiare tutta la vita. La sua presenza regala una nuova luce, e ti accorgi che non era vero che “non c’è posto”.
Ti accorgi di quante cose inutili occupano spazio prezioso nella tua vita, di quante preoccupazioni e paure ti tolgono tempo ed energie. Come succede con l’arrivo di un figlio (e poi magari di un secondo dopo un primo): mentre ti costringe a rivedere le priorità, ti dona anche energie che non pensavi di avere, ti fa scoprire che lo spazio e il tempo ai quali rinunci ti rendono più ricco, ti allargano il cuore e ti allungano la vita. C’è posto anche per pregare, per ascoltare chi ti è vicino e per accogliere chi ti sembra lontano. Quando il Signore viene, c’è posto per tutti.