18 novembre 2019

«La fede che preferisco, dice Dio, è la speranza»

La fede che preferisco, dice Dio, è la speranza.
La fede non mi stupisce. Non è stupefacente.
Risplendo talmente nella mia creazione.
[...]
Che per non vedermi veramente ci vorrebbe che quella povera gente fosse cieca.
La carità, dice Dio, non mi stupisce. Non è stupefacente.
Quelle povere creature sono così infelici che a meno di avere un cuore di pietra, come non avrebbero carità le une per le altre.
Come non avrebbero carità per i loro fratelli.
Come non si toglierebbero il pane di bocca, il pane quotidiano, per darlo a dei bambini disgraziati che passano.
E mio figlio ha avuto per loro una tale carità.
[...]
Ma la speranza, dice Dio, ecco quello che mi stupisce.
Me stesso. Questo è stupefacente.
Che quei poveri figli vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina.
[...]
Questo è stupefacente ed è proprio la più grande meraviglia della nostra grazia. E io stesso ne sono stupito.
E bisogna che la mia grazia sia in effetti di una forza incredibile. E che sgorghi da una fonte e come un fiume inesauribile.
[...]
Quello che mi stupisce, dice Dio, è la speranza.
Non me ne capacito.
Questa piccola speranza che ha l’aria di non essere nulla.
Questa bambina speranza. Immortale.

È un passaggio di una poesia di Péguy.

La speranza è il presupposto teologico per comprendere l'itinerario spirituale dell'Avvento ma allo stesso tempo è un dono che va invocato con forza e in particolare nei giorni che ci preparano al Natale.

La speranza è oggi più che mai virtù fragile e debole, spesso soffocata dal grido di chi resta sgomento davanti alle ingiustizie e alle sofferenze del mondo.
Ma dove possiamo rintracciarne il palpito, sentirne sui capelli il soffio, guardare le gocce della sua rugiada, stringerla almeno un poco fra le mani?

La speranza caratterizza il lavoro educativo: devi seminare in abbondanza nei cuori dei giovani che incontri con la sapienza del contadino che oggi lavora per raccogliere domani il frutto; è speranza quella che respiri ogni giorno incontrando i giovani che hanno poca memoria e, pur se figli di un'epoca che radicalizza l'attimo, sono proiettati al futuro e all'immagine di donna e uomo che saranno. Ecco: io la speranza la incontro ogni giorno fra i ragazzi del nostro quartiere e dei nostri oratori.

La incontro in loro e a volte malgrado loro stessi perché la speranza va invocata per loro dall'Alto ed evocata dalle loro fragili esistenze. E fosse solo per questo l'oratorio ha senso di esistere con i suoi percorsi più dichiaratamente connessi alla formazione credente a quelli più professionali fino alla quotidianità consumata nei cortili o sui campi da calcio.
Un crocevia di attività e progetti, di incontri fra ragazzi e giovani con adulti e anziani che hanno un segreto di fede da condividere.
E infine la speranza è contagiosa. Un contagio auspicabile e promettente. "Chi sta coi giovani resta giovane", ci disse - ed eravamo oltre un milione - nel 2000 in una calda serata d'estate un vecchio e santo Papa polacco! Era il suo segreto. Chi sta coi giovani continua a sperare: come vorrei che questo azzardo fosse assunto da molti più adulti del quartiere. 

don Giovanni